La “netta divaricazione” creatasi negli ultimi anni tra l’inflazione generale e l’inflazione dei beni alimentari ha spinto l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ad avviare un’indagine conoscitiva sul ruolo della Grande Distribuzione Organizzata nella filiera agroalimentare. Una dinamica che secondo la stessa Antitrust pone la necessità di affrontare un eventuale “forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”.
Sull’argomento Repubblica ha interpellato nell’edizione del 15 gennaio il vicepresidente di Confcommercio, Mauro Lusetti. Ecco il testo dell’intervista.
Un’indagine che «ci pare parta da un pregiudizio: noi non vessiamo gli agricoltori». Mauro Lusetti, vice presidente di Confcommercio, precisa di «essere a disposizione dell’Antitrust per fornire tutte le informazioni necessarie».
Come spiegate il forte aumento dei prezzi dei prodotti alimentari che ha dato origine all’indagine?
«Ci sono stati fattori esogeni, a cominciare dall’aumento del costo delle materie prime e dell’energia. Il modo in cui l’Authority affronta l’argomento e presenta i dati non ci pare tenga conto delle turbolenze internazionali e del loro impatto sull’andamento dei prezzi».
Però i prezzi dei beni alimentari hanno continuato a salire anche quando tutti gli altri scendevano.
«I prezzi dei beni alimentari negli ultimi due anni hanno rallentato fortemente la crescita. In questi anni ci sono stati anche eventi climatici importanti, alluvioni, siccità, le malattie delle piante, che soprattutto nel settore agroalimentare hanno prodotto scarsità di offerta, e quindi tensioni che hanno portato a ulteriori aumenti dei prezzi».
I prezzi sono saliti sugli scaffali, ma perché non per gli agricoltori?
«Noi non trattiamo direttamente con i singoli agricoltori, ma con grandi consorzi, cooperative, organizzazioni di produttori, industrie di trasformazione. Non imponiamo i prezzi, ma li negoziamo in una logica di assoluta trasparenza. L’indagine parte da una visione della filiera che non tiene conto di tutta la parte intermedia, costituita da aziende di trasformazione e dall’industria».
Non tutto viene trasformato però, ci sono prodotti che arrivano direttamente dai campi ai supermercati.
«Sì, ma in ogni caso non abbiamo mai rapporti diretti con gli agricoltori».
L’indagine punta anche sui prodotti di marca del distributore, ipotizzando che possano diventare una forma di concorrenza sleale.
«L’Antitrust paventa una sorta di posizione dominante dei prodotti di marca del distributore. Si è appena aperta la Fiera “Marca” a Bologna, e come Adm (Associazione distribuzione moderna) abbiamo presentato un’indagine di Teha che dimostra come i prodotti a marchio assicurano, oltre a una maggiore redditività, anche una più alta remunerazione ai produttori».
Quindi voi escludete la possibilità che nel settore non ci sia abbastanza competizione?
«In Italia c’è anzi una competizione maggiore che in Francia, Germania o Regno Unito, dove i gruppi più grandi detengono quote di mercato superiori al 20%. Da noi nessuno va oltre il 15%.